Città metropolitana: non tutti i voti sono uguali. I ragionieri delle preferenze ‘ponderate’ al lavoro

Non tutti i voti sono uguali. Soprattutto se nell’urna finiscono le schede dedicate solo a eletti come sindaci e consiglieri comunali: gli unici che, oggi, possono votare per la Città metropolitana. Mixate il tutto con un astruso sistema di indici di ponderazione: ecco la ricetta perfetta per un ente di cui nessuno, tra i cittadini, sa qualcosa ma che dovrebbe gestire bilanci, strade ed edilizia scolastica su un territorio abitato da 4 milioni di persone. È il caso di Roma, dove a decidere sono in 1372 su 1643 aventi diritto: 1367 voti validi, 5 le schede nulle. E nessuna maggioranza in seno all’aula di Palazzo Valentini.Il perché è presto detto: un voto che arriva dall’aula Giulio Cesare del Campidoglio pesa 918 contro i 4 di un paese che conta fino a 3mila residenti. Così, addio rappresentanza e addio preferenze: serve solo una calcolatrice.

Oltre 35mila è la cifra elettorale ponderata conquistata dal M5s, che così si aggiudica 9 seggi, che non sono sufficienti per garantire al sindaco metropolitano, Virginia Raggi (di diritto in quanto primo cittadino di Roma), la maggioranza del consiglio. Nonostante i 30 voti da 918 punti. Il motivo si chiama dispersione. Basta guardare il caso dei primi eletti: Marcello De Vito, presidente del consiglio comunale di Roma, ottiene 3672 voti ponderati di preferenza: 4 arrivano dalla Capitale e solo 2 da Comuni fino a 3mila abitanti. Identico risultato per Paolo Ferrara, capo gruppo pentastellato in assemblea capitolina. Per lui, 4 da 918. I voti singoli di Roma, sommati a quelli dati in più ai frontman De Vito e Ferrara fa il resto.

Nella coalizione di centrosinistra un caso di specie è Mauro Alessandri: ex vicesindaco metropolitano uscente fa incetta di voti: 16 nella prima fascia (fino a 3mila), 10 nella seconda e nella terza (rispettivamente fino a 5mila e 10mila), 14 nella quarta (fino a 30mila) come nella quinta (100mila). Zero da Roma. Totale? 2186 punti e fuori da palazzo Valentini. Valeria Baglio ne ottiene 3 dall’aula Giulio Cesare e arriva a 2754: circa 600 in più del suo compagno di partito (Pd), senza contare gli 8 voti che arrivano dalle fasce da a) ad e). Più difficoltoso il percorso di Svetlana Celli, che per arrivare al suo singolo voto da 918 (in quanto consigliera della Lista Giachetti in assemblea capitolina) deve mettere insieme 17 preferenze ponderate tra colleghi di Comuni di quarta e quinta fascia.

Più calcolatori gli esponenti del centrodestra, in corsa con la lista Territorio protagonista. I 27mila punti arrivano con un’equa distribuzione di 2 voti di preferenza di fascia i), quelli di Roma, per Fabrizio Ghera, Marco Silvestroni e Alessandro Priori. Uno a testa per Giovanni Libanori e Marco Cacciotti: tutti eletti. Insieme a Massimiliano Gordiani che raggiunge quota 3616 mettendo insieme 26 voti di quinta fascia, 20 di quarta, 20 di terza, 4 di seconda e 22 di prima (la meno rappresentativa e che vale 4 punti, nei Comuni fino a 3mila abitanti). Tutto senza che arrivasse l’aiuto da Roma. Perché non tutti i voti sono uguali, ma la somma della calcolatrice dà la certezza dell’elezione. Se i calcoli, fatti dai ragionieri delle preferenze ponderate, sono giusti.

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