Dati europei a confronto: movimenti euroscettici in calo ma non i suoi elettori

Nemmeno una settimana fa la Francia proclamava il suo nuovo Presidente, quel Emmanuel Macron capace di vincere al secondo turno contro colei che per tanti fino a pochi mesi fa sarebbe sembrava essere la nuova Presidentessa in pectore del paese d’oltralpe. Con il 66% dei voti Macron ha creato un precedente storico, ovvero il fatto di risultare il più giovane inquilino dell’Eliseo della quinta repubblica francese, ed è riuscito in pochi mesi ad arginare quella spinta lepenista che sembrava non avere freni secondo i sondaggi elettorali. Per di più ci è riuscito senza un partito strutturato alle spalle ma, bensì, con un movimento quasi personale  “En Marche”. E questo è già un dato interessante.

Vero è che Marine Le Pen, notoriamente anti sistema, anti euro, anti immigrati, praticamente anti tutto, è riuscita comunque ad ottenere un risultato straordinario: 10 milioni di voti al ballottaggio, dopo che al primo turno aveva quasi doppiato i voti che il padre Jean Marie Le Pen aveva ottenuto nel 2002 al ballottaggio contro Chirac (quest’ultimo poi eletto presidente al tempo).

Numeri incredibili se si pensa che dopo il primo turno di domenica 30 aprile praticamente tutti gli altri candidati esclusi dal ballottaggio avevano dichiaratamente espresso la volontà di sostenere Macron al secondo turno, lasciando di fatto le briciole a Le Pen (solo Melenchon non si è espresso a riguardo).

Questo cosa significa? Che il populismo è stato accantonato? Assolutamente no. Ma che abbia ricevuto una battuta d’arresto significativa questo senza dubbio. Il Front National è passato da primo partito votato in Francia alle elezioni europee del 2014 (28% circa dei voti) alla sconfitta di domenica scorsa.

Probabilmente l’aver tentato di apparire come un movimento politico implosivo rispetto all’establishment partitico tradizionale cercando, altresì, di apparire presentabile e non impronunciabile come ai tempi di Le Pen padre non è bastato. L’elettorato si è espresso come se volesse dare un segnale di rottura senza avere il coraggio di rompere definitivamente gli schemi della politica tradizionale francese.

Un po’ quello che sta accadendo in Inghilterra con Farage e il suo movimento euroscettico Ukip, primo e grande sostenitore della Brexit che alle elezioni europee del 2014 ottenne il 27% senza aver mai avuto un seggio alla Camera dei Comuni, mentre oggi è dato dai sondaggi per le imminenti elezioni anticipate a poco più del 4%.

Scenario simile, se non addirittura ancor più accentuato, è quello tedesco. In Germania a settembre si voterà per il rinnovo della Camera bassa, e i due contendenti saranno Martin Schulz per i Socialdemocratici e Angela Merkel per i Popolari. Non ci sarà sicuramente Frauke Petry, leader del partito di destra radicale AFD in forte ascesa nei mesi scorsi ma che oggi appare esclusa dai giochi e data a poco meno del 10% nei sondaggi e che nelle recenti elezioni in alcuni Land tedeschi non ha superato il 5% . Tra l’altro lei stessa ha annunciato di non esser sicura di presentarsi alla guida del partito a settembre a causa delle controversie interne. Ulteriore sinonimo di debolezza.

E così si potrebbe proseguire con altri esempi nel panorama europeo: in Olanda Geert Wilders, capo di una formazione politica di estrema destra, alle recenti elezioni di marzo si è fermato al 13%, rispetto all’incremento elettorale che diversi analisti prospettavano prima di marzo, ed è stato di fatto escluso dai giochi per la formazione di un governo di coalizione (in Olanda vige un sistema accentuatamente proporzionale che impone ai partiti l’alleanza post voto per creare un governo).

In Austria si è verificata qualche mese fa una dinamica simile con la vittoria del verde ed europeista Van der Bellen ai danni del leader del Partito della libertà austriaco (Fpö) dichiaratamente nazionalista Hofer, dato in netto vantaggio soltanto qualche mese prima.

Tutto questo non deve trasparire come una sconfitta definitiva per il sentimento anti – europeista che riecheggia in numerosi contesti nazionali. Tantissimi cittadini europei non si riconoscono in questo tipo di Europa e per questo scelgono soggetti politici che si dichiarano contrari alle migrazioni, alla moneta unica, chiedono progetti europei comuni che facciano fronte al terrorismo e possano permettere di gestire meglio la sicurezza nazionale. Tutti temi che i movimenti populisti e sovranisti sanno cavalcare molto bene, ma che fino ad adesso (eccetto in Polonia e Ungheria) non sono riusciti a trasformare in una proposta politica credibile, con toni poco estremisti e con una classe dirigente adeguata.

Dal canto loro, questi movimenti politici hanno avuto la forza di riaprire un forte dibattito e un confronto politico in Europa su temi dati per metabolizzati e acquisiti troppo facilmente da un’Europa forse troppo finanziaria e troppo poco sociale. Un’Europa però, è bene ricordarlo, che tra pregi e difetti ha garantito pace e rispetto reciproco tra paesi del continente europeo dopo le due tragedie mondiali del secolo scorso.

Sarebbe troppo riduttivo parlare di sconfitta dei radicalismi in Europa ma sicuramente si può riscontrare una significativa battuta d’arresto dopo la prepotente ascesa degli anni e dei mesi passati. Vedremo nei prossimi appuntamenti elettorali se il trend in atto verrà nuovamente smentito oppure se le difficoltà che i soggetti politici euroscettici stanno palesando in questo periodo continueranno a manifestarsi.

(Scritto da Omar Ariu su LabParlamento.it)

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