Elezioni 2018 | Boom 5 Stelle, nessun partito “anti-sistema” è mai andato così forte: l’analisi del voto

(La nostra analisi su Today.it)

Nessun partito anti sistema in Europa è andato così forte negli ultimi ventiquattro mesi come il Movimento 5 Stelle. In Olanda, Wilders arrivato al 20%. In Spagna, Podemos al 19%. In Germania, Afd al 12%. In Francia, Le Pen al 21,3% (33% al secondo turno).

Infatti, la somma del Movimento 5 Stelle e Lega (da 1.390.534 voti nel 2013 a 5.658.011nel 2018) è pari al 50%, un elettore su due. Se a questi si aggiunge Fratelli d’Italia (4,34%) si supera abbondantemente il 50% dell’elettorato che ha dato ampio respiro a temi come salari, disagio economico, immigrazione e e contraria all’austerità europea. Il tutto con un dato di partecipazione più basso della storia repubblicana (72,9%), anche se mostra una sostanziale tenuta rispetto a quello del 2013 (75,2%): un trend in negativo che va avanti ormai dal 1987. Nel particolare, le regioni del nord (a trazione centrodestra, in particolar modo leghista) mostrano una maggiore propensione al voto (Emilia Romagna, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte), al contrario della Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata, Campania e Sardegna, tutte sotto la media nazionale e tutte terreno fertile per i 5stelle: le due regioni dove raggiunge i risultati più alti sono la Campania e la Sicilia (quasi il 50%), esattamente la seconda e la terza regione con la più alta disoccupazione giovanile (tornando così ai temi principali che hanno mobilitato questa elezione).

E’ questa la prima considerazione nell’analisi di Sartoria Politica per Today.it in virtù dei risultati usciti dalle urne per la composizione del futuro governo che si dovrà insediare il prossimo 23 marzo. Si tratta di una netta bipartizione del risultato: centrodestra e Movimento 5 Stelle, Salvini e Di Maio. Il primo, da partito territoriale del nord a partito nazionale a guida della coalizione del centrodestra; il secondo da movimento a partito radicato principalmente al sud conquistando la quasi totalità dei collegi in quel territorio.

Nel resto del centrodestra, per la prima volta, il recupero di Berlusconi non c’è stato: sempre sottostimato dalle previsioni, questa volta delude le aspettative attestandosi al 14%. E con Noi con l’Italia che si rivela con il suo 1,3% una quarta gamba che non è riuscita a dare nessun tipo di spinta nella parte proporzionale: gli elettori hanno preferito i simboli di partito, sottolineando l’importanza del brand.

Per il Partito Democratico è stata una campagna elettorale difficilissima perché iniziata nel dicembre 2016 con il referendum costituzionale. Attraversata poi dalla scissione di Liberi e Uguali e che ha pagato anche con la sconfitta in molti collegi uninominali nel quale erano stati inseriti ex ministri e esponenti di rilievo del partito (Franceschini, Minniti, Orfini, Della Vedova, Serracchiani, Pinotti), riuscendo a vincere solamente nel centro delle grandi città (Roma, Milano, Torino, Firenze, Bologna). Ma il crollo del partito di Renzi non può spiegarsi in questi termini: anche se i due partiti fossero andati insieme alle urne, sarebbero stati comunque terzi; non potendo così chiosare questa sconfitta con un desiderio di “più sinistra”, perché altrimenti dovremmo vedere numeri molti più alti da parte di Pietro Grasso, fermo invece al 3,38%: esemplare il risultato di Massimo D’Alema nel suo collegio storico salentino di Nardò dove ha corso per l’uninominale al Senato fermandosi al 3,9%, poco sopra la media regionale presa dal partito di Grasso, ed finendo ultimo tra i candidati. Non raggiunge lo sbarramento +Europa, nel quale però Emma Bonino riesce ad entrare comunque grazie alla vittoria nel collegio uninominale al Senato di Roma Gianicolense. Stesso discorso per la Civica Popolare, dove non riesce a contribuire alla coalizione neanche per l’1% ma la sua leader Lorenzin vince al collegio di Modena.

Dal punto di vista della strategia comunicativa ha pagato la scelta di Di Maio di presentare una lista di ministri prima del voto, al contrario di quella di Forza Italia nel quale non ha sicuramente tratto benefici con il nome di Tajani; forse proprio per la spinta anti sistema che ha caratterizzato questa tornata elettorale. Paga pegno anche Fratelli d’Italia che si è ritrovata schiacciata all’interno del centrodestra con la polarizzazione tra Salvini e Berlusconi per la conquista del ruolo di leader della coalizione; e il Partito Democratico, troppo schiacciato su Renzi e “cose fatte”, strategia che non ha raccolto i frutti sperati e che lo ha costretto a rassegnare le dimissioni dopo aver perso, nel confronto tra le elezioni politiche del 2013 e quelle del 2018, 2.613.891 consensi in valore assoluto, che corrispondono a una variazione percentuale pari a -30,2%. In termini di variazione percentuale, rispetto al 2013, alla Camera siamo a -6,7 punti.  Dimissioni, però, posticipate a dopo l’insediamento per riuscire in qualche modo ad avere comunque il controllo sulle consultazioni, prendendo così tempo e non imparando, ancora, la lezione.

Dati alla mano, sarà difficile raggiungere per le coalizioni i numeri necessari per governare alla Camera (316) e al Senato (158): l’aritmetica dice che un governo è possibile anche se probabilmente senza nessun progetto ma solo con alleanze politiche. Nei prossimi giorni i nuovi eletti dovranno registrarsi in Parlamento (fra l’8 e il 9 marzo). La prima seduta è fissata per venerdì 23 con l’elezione dei presidenti di Montecitorio e Palazzo Madama. Entro il 25 marzo i parlamentari devono comunicare il gruppo di appartenenza: qui c’è la questione in sospeso dei possibili esclusi dal Movimento 5 Stelle, ma comunque candidati e risultati eletti come Cecconi, Caiata, Tasso e Vitiello.

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