Elezioni regionali, l’analisi del voto

(Da blog su RomaToday)

Il Movimento 5 Stelle, alle elezioni regionali si ferma in terza posizione, dopo il presidente uscente Nicola Zingaretti e il candidato presidente del centrodestra Stefano Parisi.

Il risultato deludente della candidata pentastellata Roberta Lombardi potremmo riassumerlo con la seguente valutazione sulla strategia adottata per la ricerca del consenso laziale: l’errore commesso è stato quello di cercare di conquistare voti alla sua destra, anziché nel centrosinistra, dal quale proveniva gran parte dell’elettorato che ha votato il movimento alle contemporanee elezioni politiche; da qui, sono state di conseguenza errate le sue dichiarazioni nel quale ricordava le sue origini politiche  nel MSI, nel confronto con Giovanni Minoli sul La7 nel programma “Faccia a faccia“, nel quale disse “il fascismo ha fatto anche cose buone. La mia famiglia votava per Almirante, era una figura di riferimento per i miei” oppure post sui social nel quale si parlava di “più turismo e meno migranti”. Una strategia che, come abbiamo detto e come i flussi elettorali confermano, sbagliata. Non notando di andare verso una direzione già di per sé con molti candidati già espressi (da Parisi per il centrodestra, Pirozzi con la civica, Antonini con Casapound).

Una strategia di comunicazione che, complice le diatribe interne, ha fatto mancare voti (se confrontati con le elezioni politiche) non solo a Roma ma anche in molti comuni della provincia, alcuni di essi a guida pentastellata, come Pomezia dove la differenza è di circa mille voti in meno (16mila alle politiche, 14.446 alle regionali e di quest’ultimi circa 5.093 sono andate come preferenze personali alla candidata governatrice e non al simbolo); o come Civitavecchia, dove i voti in meno rispetto alle politiche sono circa due mila (9.303 contro 7.336). Stesso fenomeno accade anche in altri comuni: Guidonia Montecelio si contano 3.000 voti in meno rispetto le politiche (17.174 contro 14.419); a Nettuno circa 1.600 in meno (9.949 delle politiche contro 8.337 delle regionali). Insomma, una larga parte di elettori del movimento lo stesso giorno del voto ha votato per i 5 Stelle alle elezioni politiche ma non ha voluto votare la Lombardi in Regione, tornando in gran parte su Zingaretti.

Un risultato che si ripercuote anche sulla Capitale, qui il Movimento 5 Stelle si è fermato alle regionali al 22% e con solo due Municipi conquistati: -9% rispetto a quanto ottenuto da Virginia Raggi appena due anni fa (ora il primo partito a Roma torna ad essere il Pd con il 22,50% dei voti, recuperando 5 punti).

Ciò che conferma questa tesi sono anche le percentuali raggiunte dal Movimento 5 Stelle nella Capitale alle elezioni politiche, nel quale resta in linea con il dato nazionale (nonostante abbia vinto in soli 4 su 11: Castel Giubileo, Collatino, Torre Angela e Ostia/Fiumicino), non potendo quindi parlare di “effetto Raggi” né in positivo né in negativo. Ma il discorso cambia alle regionali dove ha influito, quindi, la personalità della candidata presidente, con ripercussioni evidenti su ogni municipio con cali di voti assoluti che vanno dai 7.486 del II Municipio fino ai quasi 30mila voti in meno nel VI e VII Municipio.

Al contrario, il presidente uscente Nicola Zingaretti ha conquistato circa 116mila voti provenienti da elettori del movimento; costruendo una campagna elettorale con una comunicazioni schiacciata sulle “cose fatte”, seguendo una linea molto simile a quella di Matteo Renzi sul quale però, al contrario del candidato Premier, è stato premiato dal suo elettorato, e non solo. Raggiungendo il 34,83% anche a Rieti e in alcune zone colpite dal terremoto (ad Accumoli il 33,1% contro il 30,86% di Pirozzi).

Sono, infatti, circa 66mila i voti ceduti da Parisi al candidato alla Regione Lazio del Partito Democratico, con una differenza tra i due di 55mila preferenze: un dato che può essere tradotto in una scarsa attrazione del candidato del centrodestra, nonostante una campagna di comunicazione ben impostata all’attacco ma penalizzata dal fattore tempo e da concorrenti che intercettavano il suo stesso elettorato.

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