Legge elettorale, il sistema tedesco in salsa italiana: il testo Fiano

Facsimile della scheda elettorale alla Camera dei Deputati

Facsimile della scheda elettorale alla Camera dei Deputati

Il relatore alla legge Elettorale Emanuele Fiano ha depositato mercoledì 31 maggio in Commissione Affari costituzionali il maxi emendamento con l’intesa di Pd-M5s-Fi-Lega. Nel testo della legge elettorale che trasforma interamente il Rosatellum in sistema elettorale proporzionale su modello tedesco, l’elezione di deputati e senatori avverrà per il 38% con sistema maggioritario, attraverso il voto in collegi uninominali, e il restante 62% su base proporzionale con liste bloccate di 2-6 candidati e quote di genere pari al 40%. Fissata al 5% la soglia di sbarramento.

Successivamente in Commissione Affari costituzionali della Camera sono stati approvati dei sub-emendamenti che hanno ridotto il numero dei collegi uninominali da 303 a 225 (più 8 di Trentino Alto-Adige e Valle D’Aosta) alla Camera, e da 150 a 112 (più 6 del Trentino Alto Adige e uno della Valle d’Aosta) i collegi del Senato; abolite le pluricandidature e la priorità ai capilista bloccati nell’attribuzione dei seggi. Resta invece il no al voto disgiunto, lo stop alle preferenze e al premio di maggioranza.

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I collegi per la Camera previsti dal sub-emendamento di Alan Ferrari (Pd) sono identici a quelli per il Senato del Mattarellum.

Collegi In base ad un emendamento votato domenica 4 giugno in commissione a prima firma di Alan Ferrari (Pd), diminuiscono i collegi uninominali da 303 a 225 alla Camera, dove i candidati dovranno ottenere la maggioranza relativa dei voti in quel collegio per essere eletti, (confermando la delega di 12 mesi al governo per procedere alla ridefinizione dei collegi con una clausola di salvaguardia in base alla quale, qualora la legislatura dovesse finire anticipatamente, prima che il governo abbia provveduto a ridisegnare i collegi, si andrà a votare con quelli già definiti per il Mattarellum, dal 1994 al 2001) e da 150 a 112 al Senato; passano, invece, da 27 a 28 le circoscrizioni che in Senato coincidono con le regioni, mentre alla Camera le più popolose sono divise in più circoscrizioni (2 in Piemonte, Veneto, Lazio, Campania e Sicilia, 4 in Lombardia), ognuna con il suo listino.

Questa diminuzione garantisce sempre il seggio al vincitore nel collegio (a meno che il candidato non appartenga a un partito che non ha superato la soglia di sbarramento del 5%) e risolve il problema dei cosiddetti collegi soprannumerari, cioè quelle situazioni per cui i candidati dei partiti più grandi potrebbero non essere eletti in certe regioni pur risultando i più votati.

Per ogni candidato nei collegi uninominali devono essere indicati il cognome, il nome, il luogo e la data di nascita, il collegio uninominale per il quale viene presentato. Per le donne candidate può essere indicato il solo cognome o può essere aggiunto il cognome del marito. Rimane l’indicazione da parte dei partiti del «capo della forza politica», cioè il candidato premier. La commissione ha infatti bocciato un emendamento di Mdp che avrebbe abrogato dalla legge questo punto.

Liste Il numero dei candidati di ciascuna lista circoscrizionale non può essere inferiore a due e superiore a quattro, ad eccezione del Molise in cui è presentato un candidato per ciascuna lista. I partiti, quindi, presentano dei listini bloccati di 2-6 nomi in ciascuna circoscrizione e un candidato in ciascuno dei 225 collegi uninominali. A pena di inammissibilità, nella successione interna delle liste circoscrizionali i candidati sono collocati secondo un ordine alternato di genere.

Un candidato si potrà presentare solo in un collegio e in un solo listino bloccato proporzionale, questo vale sia per la Camera che per il Senato. In precedenza era prevista la possibilità di presentarsi nel collegio e in tre diverse liste circoscrizionali. In favore hanno votato Pd, M5s, Lega, Mdp e Fi. Il deputato eletto sia nel collegio uninominale che nella lista circoscrizionale si intende eletto nel collegio uninominale.

La Commissione Affari costituzionali della Camera ha approvato lunedì 5 giugno un emendamento al testo base del relatore alla legge elettorale, che elimina l’obbligo di raccogliere le firme a sostegno dei candidati nei collegi uninominali, come prevedeva invece il testo base. Il relatore Emanuele Fiano aveva inserito l’obbligo di raccogliere almeno 500 firme per ogni candidato nei collegi, che andavano ad aggiungersi alle sottoscrizioni a sostegno delle liste proporzionali in ogni circoscrizione. Su questo punto sono stati presentati molti emendamenti, sui quali Fiano ha proposto una riformulazione che consisteva nell’eliminazione delle firme per i collegi, ma confermando la necessità di firme per le liste. L’emendamento è stato quindi approvato.

Rimane quindi l’obbligo di raccogliere 4.000 firme per le circoscrizioni con più di 1 milione di abitanti, 3.000 in quelle con popolazione tra i 500 mila e il milione di abitanti, e 2.000 per quelle sotto i 500 mila abitanti. “In caso di scioglimento della Camera dei deputati che ne anticipi la scadenza di oltre centoventi giorni, il numero delle sottoscrizioni è ridotto alla metà”. Esentati dalle firme solo “i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in entrambe le Camere all’inizio della legislatura in corso al momento della convocazione dei comizi”.

Quote di genere Nel complesso delle candidature presentate da ogni lista nei collegi uninominali a livello nazionale, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore al 60%, con arrotondamento all’unità più prossima. Stessa regola anche per i listini bloccati.

Come si vota L’elettore ha un solo voto (uno per la Camera e uno per il Senato) con cui sceglie il candidato del suo collegio e la lista di partito collegata, non c’è la possibilità di voto disgiunto (come in Germania). Lo spazio dedicato ai vari partiti sulla scheda elettorale sarà, quindi, diviso in due “parti”. Da un lato ci sarà il simbolo del partito con accanto una lista di nomi, il cosiddetto “listino”, la parte “proporzionale” della legge; accanto a questo listino ci sarà un altro nome, questo da solo: si tratta del candidato che sarà eletto con il sistema maggioritario, cioè sarà eletto soltanto se risulterà il candidato più votato in quel collegio (uninominale).

Sulla base della percentuale ottenuta a livello nazionale da un partito, gli si assegna un numero proporzionale di seggi in parlamento, con qualche elasticità per via della soglia di sbarramento al 5%. I partiti che non riusciranno a raggiungere questa soglia non entreranno in parlamento e i loro voti saranno redistribuiti tra le altre forze politiche.

In questo modo in ogni circoscrizione saranno prima eletti tutti i candidati vincitori (che si piazzano primi) nei rispettivi collegi uninominali, poi si passa ad assegnare seggi ai candidati dei listini bloccati, fino ad arrivare al numero dei seggi totali che spetta ad un certo partito in base al calcolo proporzionale dei voti. Infine, se avanzano ancora seggi, vengono nominati i “migliori” perdenti dei collegi uninominali. Se una lista che supera il 5% non vince nessun collegio, il primo a entrare in Parlamento sarà il meglio piazzato fra i non eletti e non i capilista dei listini bloccati.

Nella versione precedente del testo, invece, erano i capilista del listino bloccato i primi ad ottenere l’attribuzione del seggio e solo dopo i vincitori dei collegi uninominali. È evidente, infatti, che il candidato del collegio uninominale è quello con maggiore visibilità. È lui che l’elettore presume di scegliere. Invece nel listino prevarranno inevitabilmente i fedelissimi delle segreterie di partito. Questa nuova decisione risponde ad una delle richieste della minoranza del Pd (orlandiani).

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