Il problema delle pluricandidature nel Rosatellum bis (spiegato bene)

Con Maria Elisabetta Alberti Casellati per la prima volta una donna ricopre la seconda carica dello Stato. La norma sulle «quote di genere», contenuta nella legge elettorale del Rosatellum bis (secondo cui, sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali, nessuno dei due generi, maschile o femminile, può essere rappresentato in misura superiore al 60%), ha prodotto un aumento in termini di percentuale delle donne elette in Parlamento: nella XVIII legislatura risultano elette deputate e senatrici per il 34,62 alla Camera e 34,75% al Senato (nella XVII legislatura il totale era pari al 30,7%; nella XVI al 20,41%; nella XV legislatura al 17,2%).

Numeri alla mano, per le elezioni del 4 marzo erano in lista 4.327 donne su 9.529 candidati (circa il 45%), in linea almeno in partenza con i parametri fissati dalla legge elettorale.

Nel dettaglio, il primato delle elette lo ottiene il Movimento 5 Stelle con il 42,4%; a seguire Forza Italia (33,5%), Partito Democratico (31,6%) e Lega (30,4%). Chiudono la classifica Liberi e Uguali (27,8%) e Fratelli d’Italia (26%).

Tra i capigruppo trovano spazio le donne solo in Forza Italia, che ne sceglie due per entrambi i rami del Parlamento (Mariastella Gelmini a Montecitorio e Anna Maria Bernini a Palazzo Madama), nel Movimento 5 Stelle con Giulia Grillo alla Camera e nel Gruppo Misto con Loredana De Petris al Senato.

Il problema delle pluricandidature

Con le pluricandidature del Rosatellum bis è stato possibile aggirare l’alternanza di genere. Per farvi capire meglio, vi facciamo qualche esempio concreto con Marianna Madia del Partito Democratico: candidata ed eletta all’uninominale Roma 2 (che comprende i quartieri Parioli, Trieste e Salario) e candidata come capolista in due diversi collegi plurinominali e come seconda in altri tre.

Prendendo in considerazione proprio una di queste tre candidature come seconda nel listino, ad esempio nel collegio Lazio 1-02, dove il Pd ha ottenuto 2 seggi, ha lasciato il posto a Michele Anzaldi, terzo in lista. Questo è accaduto data la sua elezione nel suo collegio uninominale e le contemporanee candidature da seconda in lista (ma anche in prima) in un collegio in cui il Pd ha ottenuto più di seggio ha permesso a due uomini di essere eletti.

Altro esempio è quello di Maria Elena Boschi, la candidata del centrosinistra nel collegio uninominale di Bolzano. Allo stesso tempo però è stata candidata come capolista del Partito Democratico, in 5 diversi collegi plurinominali: Lazio 1-03, Lombardia 4-02, Sicilia 1-02, Sicilia 2-01 e Sicilia 2-03. In 4 dei 5 collegi plurinominali in questione il Partito Democratico ha ottenuto un solo seggio, assegnato quindi a Maria Elena Boschi. Essendo però risultata vincitrice nel collegio uninominale di Bolzano, questi 4 seggi sono andati ai secondi in lista, per legge tutti uomini. E poi, si potrebbe continuare con Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, Barbara Saltamartini della Lega.

In poche parole: l’uso della pluricandidatura di donne capolista garantisce un numero maggiore di uomini eletti.

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