Referendum, si fanno i conti: comitati al lavoro con il pallottoliere

si-no-referendum-660x330-640x330

Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, qualche giorno fa ha fornito i suoi numeri della vittoria: “Servono il 60% di affluenza e 15 milioni di voti”. A poche ore dall’apertura delle urne per la consultazione sulla riforma della Carta costituzionale, i comitati fanno i conti. L’obiettivo auspicato dal capo del Governo mai è stato raggiunto nei due precedente referendum.

 

Nel 2006 la partecipazione fu del 52,4%, nel 2001 addirittura del 34,1%. Sotto questo punto di vista la battaglia è al Sud, è lì che si può alzare il livello della partecipazione fino a raggiungere 60 punti percentuali ma la sfida è complessa. Guardando i dati si registra un divario tra le regioni del Centro Nord e regioni del Mezzogiorno, quantificabile in circa il 6% di partecipazione in meno.

Facendo un po’ di conti, alle elezioni Europee del 2014 Matteo Renzi ha preso circa 11,2 milioni di voti, contro i 5,8 milioni del Movimento Cinque Stelle. Ma da dove venivano questi voti? Per circa il 2,8 milioni di voti dal Sud e dalle isole e per i rimanenti 8.4 milioni dal Centro Nord.

Alle successive elezioni amministrative (2015 e 2016) il Partito democratico ha perso voti pari a circa il 30% dalla Toscana in su, mentre nelle regioni del Sud ha mantenuto il suo consenso. In numeri, possiamo definire lo zoccolo duro di Matteo Renzi pari a 8,7-8,8 milioni di voti.

L’ago della bilancia possono essere gli elettori di Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi ha perso 4,6 milioni di voti alle elezioni europee del 2014. Emorragia che ha continuato nelle successive consultazioni, in Veneto è passato dai 353.000 voti delle europee ai 111.000 delle regionali con l’elezione di Zaia; discorso simile in Toscana, dai 223.000 del 2014 ai 113.000 del 2015; in Liguria (regione vinta con un suo candidato, Giovanni Toti) Forza Italia passa da 108.000 a circa 68.000; a Torino in due anni si passa da 52.000 a 17.000 voti.

La sfida, quindi, è quella di convincere l’elettore di Forza Italia che, da Roma in giù, è difficilmente mobilitabile e soprattutto ha dimostrato di essere slegato dalle indicazioni di partito. In percentuale, è circa il 50% degli elettori meridionali di Forza Italia: una bella fetta di elettorato.

L’esempio più evidente è la città di Napoli: il 70% di chi aveva votato Forza Italia non è andato a votare al referendum del 2006, pur trattandosi di una riforma costituzionale voluta e approvata dal governo di centrodestra, a guida Berlusconi.

In linea generale l’attitudine è stata quella di personalizzare i contenuti anche per una notevole distanza del referendum dalle “priorità” degli elettori. Prima di mettere la consultazione popolare sullo stesso piano di una fiducia al governo, l’attenzione alla riforma era molto bassa. Personalizzarlo ha innescato il sistema referendario per il Sì e per il No, aumentando così l’attenzione da parte dell’opinione pubblica e dell’opposizione.

Per questo slogan, comizi e dibattiti sono stati molto simili a quelli di una campagna per le elezioni politiche.

Mentre si fanno i calcoli, chiusi i seggi esteri chiusi: 40% l’affluenza (una stima di un milione e 600mila schede in arrivo). Secondo i primi dati, la Svizzera è il Paese dove si è votato con il 42,2%.

La più alta percentuale dovrebbe essere stata raggiunta a Zurigo (dove ci sono quasi 200mila italiani iscritti all’Aire) la percentuale dei voti giunti è superiore a quella sulle trivelle (dove votò il 23%).

A Lugano la percentuale dei votanti è superiore a quella della Svizzera tedesca, ma sempre al di sotto del 45%. Parliamo di un consolato con più di 100mila elettori. In Gran Bretagna, invece, l’affluenza è stata invece del 37%. E, come sempre, gli addetti sono chini sul pallottoliere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *