Riforme, le alleanze a geometria variabile del governo Renzi

“I numeri non ci sono”. È un mantra, una convinzione, un dato di fatto: dalla riforma Calderoli, ribattezzata Porcellum al Senato non è mai stato facile portare a casa un provvedimento. La via d’uscita si chiama fiducia. Una carta che il premier Matteo Renzi ha giocato più volte in questi due anni a palazzo Chigi. Sfruttando la sua capacità di mettere insieme delle maggioranze variabili, secondo i dati di Openpolis pubblicati oggi dal Corriere della Sera.

Così oltre ai ‘sì’ della maggioranza di governo, arriva il disco verde da diverse formazioni a seconda dell’argomento sul tavolo.

Tra le partite più difficili, otto sono i casi presi in esame: quelli più delicati. Dalla fiducia alla riforma del Senato, passando per Jobs act e Italicum. Il massimo raggiunto dal presidente del Consiglio è quota 184 proprio per la riforma della legge elettorale. Il minimo, 150, per la responsabilità civile dei magistrati.

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Due anni fa, l’allora premier incaricato ottenne 169 voti. In pratica la maggioranza di governo con Pd, Alleanza popolare (Ncd e Udc) e Scelta civica. Ad agosto dello stesso anno, per il cambiamento a palazzo Madama, si aggiungono Forza Italia e ciò che resta del Pdl.

Sul Jobs act, nel dicembre 2014, arriva il Gal. Con il nuovo anno, sempre sul Senato, arrivano anche i verdiniani di Ala. Sulla fiducia per Ilva si aggiungono i Conservatori e riformisti di Fitto.

Per l’approvazione delle Unioni civili si prepara un nuovo valzer di alleanze variabili. Per prendere atto che “i numeri non ci sono”.

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