Tutte le mappe delle elezioni politiche 2018

Finite le elezioni politiche, iniziano le considerazioni post voto. Dati alla mano, come abbiamo anche descritto nella nostra analisi per Today.it, sarà difficile raggiungere per le coalizioni i numeri necessari per governare alla Camera (316) e al Senato (158): l’aritmetica dice che un governo è possibile anche se probabilmente senza nessun progetto ma solo con alleanze politiche.

Una tornata elettorale che ha visto premiare il Movimento 5 Stelle (33,7%) e la Lega (quest’ultima da 1.390.534 voti nel 2013 a 5.658.011 nel 2018, pari al 17,4%): la somma dei due è pari al 50%, un elettore su due. Se a questi si aggiunge Fratelli d’Italia (4,34%) si supera abbondantemente il 50% dell’elettorato che ha dato ampio respiro a temi come salari, disagio economico, immigrazione e contraria all’austerità europea.

Per la prima volta non c’è stato il recupero di Berlusconi: sempre sottostimato dalle previsioni, questa volta delude le aspettative attestandosi al 14%. Per il Partito Democratico, invece, è stata una campagna elettorale difficilissima perché iniziata nel dicembre 2016 con il referendum costituzionale; attraversata poi dalla scissione di Liberi e Uguali.

Sono 800mila, invece, i voti ai quali si arriva sommando i consensi ottenuti domenica 4 marzo da Noi con l’Italia-Udc (la quarta gamba del centrodestra), Civica popolare di Beatrice Lorenzin ma anche il Popolo della famiglia, forza di ispirazione cattolica fuori dai poli guidata da Mario Adinolfi.

Nel centrodestra, è proprio da Noi con l’Italia la compagine dal quale ci si aspettavano maggiori risultati ma che, invece, si rivela con il suo 1,3% una quarta gamba che non è riuscita a dare nessun tipo di spinta nella parte proporzionale, facendo mancare il supporto dei suoi eletti alla coalizione per il raggiungimento della futura maggioranza: gli elettori hanno preferito i simboli di partito, sottolineando l’importanza del brand. Con queste percentuali, il partito non è riuscito ad eleggere nessun nei collegi plurinominali, mentre in otto passano nei collegi uninominali (Antonio Saccone e Paola Binetti nel Lazio, Antonio De Poli in Veneto, Gaetano Quagliariello in Abruzzo, Maurizio Lupi e Alessandro Colucci in Lombardia, Renzo Tondo in Friuli Venezia Giulia e Enrico Costa in Piemonte). All’elenco mancano Cesa (che rimane europarlamentare) e l’ex ministro Raffaele Fitto.

Nel centrosinistra, invece, è +Europa di Emma Bonino a deludere e fermarsi al 2,5%. Sotto l’1% sia la lista Insieme (0,6%) che Civica Popolare (0,5%), non contribuendo così (come vuole la legge elettorale) neanche alla somma dei voti nella coalizione del Partito Democratico.

Mappe collegi uninominali Camera e Senato

Nel dettaglio, le regioni del nord sono a trazione centrodestra (in blu nella mappa), in particolar modo leghista; regioni che mostrano anche una maggiore propensione al voto. Al contrario, al sud e isole sono terreno fertile per i 5stelle (in giallo nella mappa): le due regioni dove raggiunge i risultati più alti sono la Campania e la Sicilia (quasi il 50% dei consensi), esattamente la seconda e la terza regione con la più alta disoccupazione giovanile.

Si tratta di una netta bipartizione del risultato: centrodestra e Movimento 5 Stelle, Salvini e Di Maio. Il primo, da partito territoriale del nord a partito nazionale a guida della coalizione del centrodestra; il secondo da movimento a partito radicato principalmente al sud conquistando la quasi totalità dei collegi in quel territorio.

Il Partito Democratico (in rosso nella mappa) riesce a vincere solamente nel centro delle grandi città (Roma, Milano, Torino, Firenze, Bologna) e perde in molti collegi uninominali nel quale erano stati inseriti ex ministri e esponenti di rilievo del partito (Franceschini, Minniti, Orfini, Della Vedova, Serracchiani, Pinotti).

Mappe collegi plurinominali Camera e Senato

Anche qui, nelle regioni del nord vince il centrodestra (in blu nella mappa): saltano all’occhio le vittorie in Emilia Romagna e Toscana, regioni tipicamente rosse. Al sud si conferma il Movimento 5 stelle (in giallo nella mappa), quasi ovunque con percentuali sopra il 40.

Resiste il Partito Democratico (in rosso nella mappa) solo in Trentino-Alto Adige e parte dell’Emilia Romagna e Toscana.

Mappe a confronto

Confrontando il risultato delle elezioni politiche 2018 con i dati Istat sulla povertà relativa e sull’occupazione irregolare in Italia, si nota nelle una certa somiglianza con la distribuzione dell’elettorato nel quale il Movimento 5 Stelle ha avuto maggior successo; traducendo il risultato dello scorso 4 marzo, non solo in un voto di tipo post-ideologico ma come un messaggio di dissenso della società meridionale verso i partiti che sono stati nella maggioranza e che hanno avuto incarichi governativi.

Povertà relativa (fonte Istat)

Occupati irregolari (fonte Istat)

Questa mappa, invece, mostra una notevole coincidenza tra la distribuzione territoriale del voto del Movimento 5 Stelle nel 2018 e quello della Dc del 1992. Una quasi perfetta identità delle percentuali di voto, soprattutto al Sud: la differenza tra voto alla Dc e voto ai 5 Stelle è particolarmente marcata solo in Emilia-Romagna (a vantaggio dei 5 Stelle) e in Veneto (in senso contrario).

Percentuale di voti Movimento 5 Stelle nel 2018 e percentuali di voti Dc nel 1992

Affluenza al voto

Il dato di partecipazione è il più basso della storia repubblicana (72,9%), anche se mostra una sostanziale tenuta rispetto a quello del 2013 (75,2%): un trend in negativo che va avanti ormai dal 1987. Nel particolare, le regioni del nord (a trazione centrodestra, in particolar modo leghista) mostrano una maggiore propensione al voto (Emilia Romagna, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte), al contrario della Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata, Campania e Sardegna, tutte sotto la media nazionale e tutte terreno fertile per i 5stelle: le due regioni dove raggiunge i risultati più alti sono la Campania e la Sicilia (quasi il 50%), esattamente la seconda e la terza regione con la più alta disoccupazione giovanile (tornando così ai temi principali che hanno mobilitato questa elezione).

La partecipazione elettorale in Italia (1994-2018): elezioni politiche, europee e regionali (dati Ministero dell’Interno)

Temi centrali

Come abbiamo già detto, i temi centrali che hanno spinto il Movimento 5 Stelle e la Lega sono principalmente la precarietà economica e le paure identitarie: salari, disagio economico, immigrazione e contrarietà all’austerità europea. La crescita dei 5 stelle appare, infatti, nettamente associata alle province italiane che presentano un più alto tasso di disoccupazione e che sono quasi tutte al Sud.

Nessun partito anti sistema in Europa è andato così forte negli ultimi ventiquattro mesi come il Movimento 5 Stelle. In Olanda, Wilders arrivato al 20%. In Spagna, Podemos al 19%. In Germania, Afd al 12%. In Francia, Le Pen al 21,3% (33% al secondo turno). In questo senso l’Italia, seppure su scala maggiore, non è un caso isolato rispetto ad altri paesi europei. Quasi dovunque in occidente le inquietudini prodotte dai processi di trasformazione economici e sociali degli ultimi anni hanno alimentato il successo di partiti anti-establishment.

Words cloud M5s-Lega alle elezioni politiche 2018

 

Curiosità

Il grafico indica l’andamento della voce “reddito di cittadinanza” nell’ultima settimana tra i Google Trends, le ricerche fatte in Italia sul motore di ricerca: si vede chiaramente un’impennata nelle ricerche a partire dalla notte del 5 marzo, quando ancora era in corso lo spoglio delle schede, con un picco alle 21:00 di lunedì.
In particolare, i dati mostrano come l’argomento interessi soprattutto chi vive in Calabria, Sardegna, Molise e Abruzzo. Seguono poi Marche, Umbria, Puglia, Campania e Sicilia. Tutte regioni in cui i 5 Stelle si sono aggiudicati il maggior numero di voti.

Google trend, andamento voce “reddito di cittadinanza”

– Dall’Europarlamento a Roma

Di 10 europarlamentari solo 3 sono stati eletti a Roma. Per gli eurodeputati italiani queste elezioni sono state una vera e propria débacle. A riuscire nell’impresa soltanto il leader della Lega, Matteo Salvini, il suo vice Lorenzo Fontana e il capogruppo dei socialisti, Gianni Pittella del Partito democratico, che seppur sconfitto nella partita all’uninominale nella sua Basilicata, è riuscito comunque ad essere eletto grazie al paracadute del proporzionale.

Tre, invece, erano gli esponenti del Pd che avevano provato a mettersi in competizione (Nicola Caputo, Elena Gentile e Isabella de Monte), ma nessuno di loro ce l’ha fatta. Stessa sorte per chi si è messo in gioco in Liberi e Uguali (Flavio Zanonato e l’ex sindaco di Bologna Sergio Cofferati). Fuori anche Raffaele Fitto e l’ex Udc Lorenzo Cesa di Noi con l’Italia.

Conclusioni

In conclusione, in questi cinque anni il nostro sistema partitico non si è ancora assestato dal passaggio dal bipolarismo al tripolarismo: il consenso è liquido e le dinamiche cambiano ogni anno e sempre più veloce. Rimane infatti alta la propensione degli elettori a votare formazioni diverse tra una elezione e l’altra, punendo i partiti che sono stati nella maggioranza e che, di conseguenza, hanno avuto incarichi di governo: governare oggi può comportare un costo elettorale maggiore rispetto al passato.

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